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Le memorie di Paolo

Seduti sul divano, navighiamo nel web in cerca di avventure in bicicletta. Il mouse scorre veloce, racconti e foto. Situazioni estreme. Mamma mia ma come fanno. Dai andiamo avanti. Aspetta un po’, torna indietro. E questa foto? Piove a dirotto, borse della spesa ai piedi per non bagnarsi e k-way per il vento. Didascalia: bellunesi verso Lupoglav. Ma non ci posso credere. Questo lo conosco. Perché non ci racconti un po’ di questa foto?  Va bene! Ed eccoci qui, vi presentiamo Paolo:

Pediatra, musicista, cinèfilo, film-maker, instancabile ciclista, granfondista invernale, no-cell, no-ebike, un passato da calciatore e runner tardivo, ma, soprattutto, nostro storico socio si unisce alla rubrica “Quante storie per una bici” con un racconto in due brevi puntate: Trst-Losjni-Trst, memorie di viaggio di quando i cicloturisti erano ritenuti esseri alieni.

 

Trst - Lupoglav - Cres - Losjni - Krk - Rijeka - Trst

 

Prima parte

Perché no ? 
(Trieste - Lupoglav 2004)

 

C’erano un francese (Charlie),un argentino (Claudio), Beppe Parenzana, Eta Beta Alessandro, Mario e il Ghiottone…Sembra l’inizio di una barzelletta, ma è la formazione dello zoccolo duro degli AdB, che in quegli anni fecero una quindicina di viaggi in bicicletta a cavallo del due giugno.

Erano le nostre zingarate, la cui unica preoccupazione era trovare chi a turno si sarebbe immolato dormendo col caro Ale, un russatore formidabile, che non aveva nulla da invidiare al mitico Checco Tromba. 

Lasciate le auto nel parcheggio di un ristorante a Basovizza (previo accordo telefonico),

il gruppo si gettò con gioia selvaggia per le strade della Slovenia, assaporando il distacco dai problemi lavorativi e familiari. Essi non sapevano cosa li attendeva…

La prima difficoltà si presentò già in mattinata: Beppe, la nostra guida, che passava le vacanze in Croazia fin da bambino, ci condusse allegramente per una lunga salita ad una dogana, dove i militari ci respinsero in malo modo, perché era riservata ai locali. Da qui persero la bussola con interminabili giri a vuoto, poco aiutati dagli indigeni, notoriamente ostili verso gli Italiani.

Fu quando trovarono la retta via che cominciò a piovere.

E’ notorio che più passa il tempo, più restano nitidi solo i momenti piacevoli, ma quel pomeriggio di pioggia battente condita dal vento di Bora, i nostri lo ricordano ancora.

Personalmente ero proprio male attrezzato: avevo un poncio, che in discesa faceva l’effetto vela e ai piedi, come tutti, dei ridicoli sacchetti di plastica, nell’illusione di proteggere le nostre uniche calzature.

Infine arrivammo a Lupoglav, nomen omen, un paesino sperduto nel nulla col nostro campeggio dotato di bungalow a forma di igloo, freddi e umidi (i ciclisti esagerano sempre un po’).

Di quella sera, dedicata al recupero caloricalcolico, ricordo solo il cameriere, che sapeva poche parole di italiano e ad ogni nostra domanda rispondeva invariabilmente «perché no ?»

Da allora quando mi domandano perché ci ostiniamo a fare questo tipo di vacanze, sottinteso alla nostra età, rispondo pronto «perché no ?»